visita dallo psicologo a Roma



Psicoterapia e Consulto Psicologico: Individuale, di Coppia e Familiare

Quanto vale la tua vita ?

Dall’Immobilità, attraverso il “Finto Movimento”, fino all’Azione

Ascoltando un dialogo di un film, mi hanno colpito alcune frasi dette da uno dei protagonisti, che qui vi riporto:

 "…questo è solo un lavoro temporaneo, mi sto organizzando per un business…”

Chiede l’altro: “…e da quanto tempo lo fai?” 

Risposta: “da 12 anni!”.


Bè, 12 anni possono anche essere considerati un tempo ridotto, magari per un elefante che vive 150 anni, ma se, in questa vita, una persona definisce “ temporaneo” un lasso di tempo di 12 anni, possiamo sinceramente affermare che il signore in questione “fa finta che il tempo non stia scorrendo”. Il protagonista della pellicola, in effetti, è così spaventato dall’idea di affrontare i rischi collegati alle novità, ai cambiamenti, che preferisce trascorrere il tempo “organizzando” un evento che poi non si tradurrà mai in realtà.

 Questa organizzazione maniacale gli consente, da un lato, di illudersi di star facendo veramente qualcosa per realizzare il proprio sogno, dall’altro, poiché gli eventi contingenti non gli consentono di raggiungere mai le condizioni ideali per attuare il suo piano, si sente pienamente giustificato nel suo atteggiamento di perenne attesa. In questa storia fantastica, alla fine il protagonista sceglie di essere attivo, di assumersi dei rischi piuttosto che restare ai margini della propria vita.

Finalmente il riscatto, la strada verso la soddisfazione sembra raggiungibile, quell’uomo spaventato diventa forte, sicuro, determinato, senza paura: ma ha avuto bisogno dello stimolo del suo alter –ego (il cattivo della situazione), che senza peli sulla lingua gli ha mostrato l’inutilità della sua esistenza, la falsità delle giustificazioni accampate (“aspetto il momento giusto, tutto deve essere perfetto, non voglio sbagliare”), e soprattutto lo provoca affermando che nessuna vita va rispettata se non è vissuta: a questo punto, il protagonista risponde salvando la propria vita e quella di un altro personaggio, con grande rischio, per affermare la sua volontà di vivere.

Affermare la propria volontà di vivere: se la vita fosse da tutti concepita veramente come una possibilità “cortesemente” concessa e non come un diritto acquisito e a totale nostra disposizione, paradossalmente l’angoscia, la paura, l’ansia di vivere diminuirebbe; infatti, per il nostro protagonista, la svolta arriva nel momento in cui egli realizza che la sua vita può terminare da un momento all’altro, quando non gli viene più concesso tempo per “fingere di vivere” ma la sua unica salvezza è nel lottare, decidere, scegliere, agire.

Dall’Immobilità ( ripetere una routine per anni e anni), attraverso il “Finto Movimento” ( programmare un cambiamento per un tempo infinito, oppure cambiare sempre tutto per non cambiare mai niente), fino all’Azione, che nasce da una scelta, quella di voler dare valore alla propria vita.

Dare valore: ma cosa significa dare valore alla propria vita?
Significa avere uno scopo, un obbiettivo da perseguire, una vera ragione per alzarsi al mattino e per affrontare gli eventi, senza sprecare il tempo in umane, ma scontate, giustificazioni dettate solo dalla paura

 “non ho tempo, non ci sono le condizioni, gli altri me lo impediscono, non è facile come sembra, a parlare siamo tutti maestri ma ci si deve trovare in queste condizioni per parlare…”

Ma significa anche operatività, cioè programmare gli interventi da attuare e definire i tempi per farlo, altrimenti pascerete nell’illusione di star facendo qualcosa, mentre il tempo scorre
...appena posso lo farò…”

Ma nessuno si chiede quali sono le condizioni necessarie a dire “adesso posso”.

L’ansia, gli attacchi di panico, l’irrequietezza di cui soffrono tante persone che pure sembrano vivere una vita assolutamente “normale”, nascono spesso in coloro che avvertono, dentro di sé, dei bisogni ai quali non vogliono prestare attenzione, perché il loro riconoscimento li costringerebbe ad effettuare dei cambiamenti, e lasciare la gabbia dorata per tuffarsi nella vita.

Questi disagi non sono il mal di vivere, al contrario sono la dimostrazione che la Vita combatte perché vuole venir fuori, vuole esistere, e non si rassegna all’ingabbiamento che forzatamente – e dolorosamente – gli procuriamo. Il dolore nasce da questa lotta e non dalla mancanza della parte vitale: prima di morire, la Vita ci dilania l’anima e la mente.

Eppure sarebbe sufficiente ascoltarla e seguirla, basterebbe ammettere di “avere paura” ma senza rassegnazione, ammettere di aver solo “sopravvissuto” fino a quel momento ma anche scegliere di voler cambiare, accettare propri errori ma ripromettersi di non commetterli più; sì perché il primo passo è la consapevolezza di ciò che si è fatto e del perché, ma questo non basta, poi bisogna agire, cambiare, abbandonare gli atteggiamenti vittimistici per assumersi la responsabilità.

“la mia vita dipende da come io la affronto, non posso dirigere il vento ma posso aggiustare le vele…”

Il vittimismo, l’autocommiserazione, la rabbia diretta verso se stessi o verso gli altri, sono gli strumenti dell’ignavia, dell’immobilismo: l’ottimismo, la progettualità, l’azione volontaria, sono l’espressione della Responsabilità e della Libertà.
Alla fine, tutto si riduce ad un'unica scelta: quanto vale la tua vita?

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